sabato 20 settembre 2014

#07 HAPPY PILLS: La storia di F.

Ho un problema con gli altri.
 Non so tenere rapporti umani decenti, e se le cose sono andate così evidentemente un po' di colpa ce l'ho.
La questione è che io apparentemente non mi sono chiusa al dolore, ne parlo, ne parlo sempre. Condivido. Lo faccio.
già.
E non comprendo che gli altri non sono come me.
 Mi dicono "brava che da questo dolore hai tirato fuori la forza"
Già.
Però alla fine faccio errori grandi come case, perdo pezzi per strada, continuo a perderli.
Voglio tanto dagli altri.
È questo il mio problema.
Voglio tanto.
E non si può, e poi non riesco più a spiegarmi. Le tante parole si chiudono in uno scrigno e non hanno più il coraggio di uscire, ed io non mi racconto più.
 Ci sono persone di cui mi innamoro.
Io sono una che si innamora terribilmente e in maniera travolgente e come un'innamorata al silenzio non so rispondere. Nel silenzio non mi trovo. Il silenzio è fraintendimenti, buio, incompleta salvezza. E io sono una che vuole salvarsi.
Mi voglio salvare dal silenzio e voglio continuare ad amare.
Perché alla fine, e mi dispiace per tanta retorica, se non si combatte per l'amore, per che altro val la pena respirare?
Rimarrò sola, lo so.
Accanto a me è difficile rimanere.

Com'era quel film?



Io ballo da sola.





Questa è la storia di F. che mi racconta come ha imparato a respirare e ad amare dopo anni di apnea.
F. mi aveva raccontato di come si stava nella sua bolla, in quella sfera con poca aria, in attesa di romperla. Ad un certo punto le nostre strade si sono incrociate e abbiamo fatto un pezzo di cammino insieme.
Poi la sua bolla si è rotta e lei ha ricominciato a respirare. Io la osservo per un po' e poi la lascio andare, come ho lasciato andare finora tutte le bolle che si sono dissolte davanti ai miei occhi, e a tutte quelle che verranno.



Buona bella vita F.




"Lei ora dorme vicino a me, mi ruba la mia parte di letto e io mi acciambello intorno a lei, attenta a non toccarla ma annusando forte tutto il suo calore e cercando di indovinare i suoi sogni.

E in momenti come questo ancora quasi non me ne capacito.

Le guardo questa pelle di bambola, le conto le pieghette di lardo, perfette, ascolto il suo respiro e ancora oggi trattengo il mio, fino a che non sono convinta che sta bene.

E questi 7 kg e passa di amore che si rotolano e sbuffano come un animaletto caldo sono miei, li ho fatti io.

E ancora non mi pare vero.

Bianca è arrivata. In una notte d’aprile. 15 giorni prima del previsto. 10 giorni prima del cesareo programmato. Lei che dalla ventesima settimana ci aveva fatto capire che non è affatto una ragazza paziente.

PLOP … SPLASH! Questo è quello che ho sentito nel dormiveglia. Una di notte: rotte le acque all’improvviso, un fiume che si sparge per tutta casa, in auto, all’accettazione del pronto soccorso, in reparto … è il sentiero di mollichine di Hansel e Gretel: mi riporta a casa, mi riporta da mia figlia.

In un’ora mi partono le contrazioni ogni due minuti, mi dilato di dieci centimetri, mi fanno letteralmente correre in sala operatoria: ci arrivo che Bianca ha già un piede fuori … eh sì, perché la signorina non ci risparmia niente, neanche la posizione podalica. Poteva essere un parto naturale da manuale e invece è un cesareo con un’anestesia frettolosa che fa poco effetto e mi fa urlare come un vitello al macello.

Ma lei è arrivata ed ora tutto è solo gioia, calore, scoperta, rinascita, nasi, abbracci, tetta, nanna, pianto, tetta, pipì, tetta, bagnetti, vestitini che sanno di bambino e tanta tanta tetta.

 

E tutto il prima? Tutta la ricerca, tutto il dolore, tutti i fallimenti e tutti i passi avanti? C’è tutto, c’è ancora, ma è in un cassetto ora, quello basso che sai che c’è ma lo usi per i ricordi che hai accumulato nel tempo e ogni tanto, con trepidazione e sospetto, vai ad aprire.

Oggi lo apro, mentre la mia nanetta russa al mio fianco e non so per quanto tempo me lo lascerà guardare, perché tra un po’ si sveglierà e allora sarà tutto coccole, pannolini e tetta, tanta tetta.

Siamo fermi al ricordo del primo aborto e del secondo e dell’attesa della FIVET.

E allora siamo a settembre 2012. Per noi insegnanti tutto ricomincia a settembre, e dunque quale momento migliore per iniziare a procreare? SBAGLIATO.

Inizia la scuola e inizia la stimolazione: per fortuna va via liscia, produco ovuli che è una bellezza e sono tutti ciccioni, mi sembra che grondino fertilità ad ogni ecografia.

Arriviamo al prelievo: sono 15, tanti, forti. Tornando a casa dalla clinica io e marito giochiamo alla tombola di quanti se ne feconderanno. Mi immagino con l’imbarazzo della scelta. E immagino male.

Il giorno dopo faccio LA telefonata al centro, armata solo di carta e penna per segnare il giorno del transfer. E mi arriva addosso un TIR a 200 all’ora.

« Signora, non ce ne capacitiamo nemmeno noi, ma sa, abbiamo dovuto fare un’ ICSI perché lo sperma di suo marito era poco mobile, ma nonostante questo … se ne è fecondato UNO SOLO! »

Su 12 buoni?! Uno solo?! E io che volevo arrivare a blastocisti! Fare le riserve in congelatore per i tempi di carestia! Io degradata da formica a cicala nello spazio di una telefonata. Io convocata per il transfer in seconda giornata “sennò rischiamo di perdere anche questo”.

Io sono disperata, io sono incazzata, io sono determinata.

Vado a casa e lo dico a marito, e lo vedo che mi si frantuma davanti questo mio amore, che si sente un delinquente e un inetto e allora io afferro lui, i 2 grammi di coraggio che mi restano e i 2 kg di opuscoli del centro di fertilità e in 20 minuti lo trovo: il NOSTRO esame, la NOSTRA diagnosi.

Ci ammicca dalla carta patinata e dalle foto di ovuli siringati e nessuno ce l’aveva detto prima che c’era questa possibilità. Se solo un ovulo su 12 si è fecondato vuol dire che c’è qualcosa che non va nello sperma. Ma se gli spermiogrammi vanno bene, vuol dire che è qualcosa che questi non vedono. C’è questo test, costoso ovvio, ricerca la deframmentazione del DNA spermatico. Una cosa che può provocare aborti, mole vescicolari, gravidanze chimiche, etc.

Chiediamo di fare il test. Ce lo fanno, ma la centro sono scettici, “sarà stato un caso – dicono – la prima FIVET  spesso va male …”.

E invece abbiamo ragione noi.

E io non sono più disperata, ma sono molto ma molto incazzata. La risposta era lì, in quel test che il mio centro è uno dei pochi a fare, gli indizi c’erano tutti. E nessuno me ne aveva parlato. Lacrime e soldi spesi, e medici e primari, perché alla fine alla soluzione ci arrivassi io leggendo un opuscolo?!

E oltre al danno la beffa: come si cura il problema di mio marito? Con un semplice integratore!

Il primo tentativo di PMA, nel frattempo, ovviamente è fallito, il mio unico piccolo eroe non ha neanche attecchito.

Insomma, facciamo anche questa cura, e intanto il tempo passa. Arriva l’inverno, con i suoi grigiori nel cielo e nel cuore. Il lavoro è pesante, l’amore al lumicino, più che un rifugio è un cappio, e a tutto si aggiunge l’impegno per il mega concorso a cattedre, la mia ultima spiaggia per un posto fisso. Mi preparo alla prima prova con fatica e controvoglia, mentre continuo a torturare marito con i tentativi mirati.

Le vacanze di Natale ci danno un po’ di tregua, dopo anni di feste separate io e marito ci apprestiamo pure a festeggiare un capodanno insieme.

Il 31 dicembre il ciclo non arriva … dai , va’, chiudiamo l’anno col solito test di gravidanza sprecato.

Cazzo, sono incinta.

E’ come una bottiglia di vodka bevuta a collo, chi se l’aspettava, io e lui inebetiti, a cercarci con occhi timorosi tra il delirio dei festeggiamenti di fine anno, a rassicurarci che sto bene, che si può fare.

Ma il dolore arriva presto, prestissimo, grande, grandissimo.

Per fortuna è l’ultimo, ma in quel momento chi lo sapeva?, non ci arrivi mai preparato, neanchequando già lo conosci. Perdite, dolori, il gine mi dà già per spacciata e mi vuole fare il raschiamento in tutta fretta.

Io le provo tutte, chiamo chiunque, approdo a quello che oggi è il mio superginecologo e lui una camera gestazionale la vede, un cuore lo vede, UN CUORE, IL MIO PRIMO CUORE!!!

Però vede anche un distacco, e allora è gioia ma anche immobilità, ferma a letto a trattenere il fiato per 15 giorni, ad avere paura a sperare ma a non riuscire a non farlo. Quindici giorni dopo il distacco non c’è più, ma non c’è più neanche il mio cuore. Si è fermato tutto, ancora.

Io ancora sprofondo, in recessi che pensavo di non poter raggiungere, e poi ancora mi rimbocco le maniche per risalire. La vita corre veloce intorno a me, io carburo metà a rabbia e metà a inerzia.

Il referto della biopsia dice che era femmina. E sana. Il dolore, lo stupore e la costernazione si sciolgono in unico lungo pianto sulle scale del reparto di ginecologia, su quella me ripiegata su un foglio di carta.

E poi si va avanti. E arriva l’estate. E vinco il concorso. E arrivano le vacanze. E ripartiamo con la PMA.

Stavolta si va giù duro, vai di IMSI, perché i semini belli belli del marito ci sono, ma come le perle vanno cercati con cura in mezzo alla sabbia. 12 ovociti prelevati, TUTTI fecondati, 4 blastocisti, 1 tesoro dentro di me. Tombola.

E’ il 2 agosto a Bologna quando facciamo il transfer, data simbolica, quel giorno non ci avevo fatto caso, ero solo intontita dal sole abbagliante che ci ha accompagnato per tutto il viaggio, che, insieme a un disco dei Mogway, mi faceva vedere tutti i contorni delle cose nitidissimi, e irreali.

Da quel giorno è iniziato il mio nuovo viaggio, la mia nuova vita. E reale.

La cosa che più ha contraddistinto la mia gravidanza è stato il senso di accettazione che mi ha invaso sin dall’inizio. Calma, olimpica accettazione. Come della gioia, così del dolore, o meglio delle preoccupazioni. Perché è stata una grande altalena di gioie e preoccupazioni, ma l’accettazione ha sempre riportato l’equilibrio.

Il test positivo, le beta che crescono belle e sode, quella cameretta così tonda con quel puntino così pulsante: gioia pura, pura incredulità, pace.

Le perdite, le corse al pronto soccorso, la paura del bi-test, la paura della morfologica: ansia pura, che poi si tramutava sempre in un sospiro di sollievo, per fortuna.

Il mio “nemico” questa volta è stato il collo dell’utero: ha iniziato ad accorciarsi inesorabilmente dalla ventesima settimana e le contrazioni che ogni tanto partivano ci mettevano il carico da 90.

E allora la mia vita ha iniziato a dondolare tra il letto e il divano, passando per i punturoni dilentogest.

Intorno a me i miei familiari impazzivano di ansia e terrore ad ogni nuova misurazione del collo dell’utero, il mio gine schierava tutto il suo impegno e la sua competenza prescrivendomi l’intero scibile umano, e io? Io me  ne stavo lì, ode al fatalismo, e il mio unico rammarico era di non poter andare in giro a sfoggiare finalmente la mia pancia.

All’inizio ho avuto paura anch’io, ci mancherebbe. Ma poi, quando la pancia ha iniziato a crescere e io ho iniziato a sentire Bianca, prima sfarfallare, poi fluttuare e infine scalciare come una matta, la paura ha lasciato il posto all’accettazione e a una fiducia che si allargava come il sole che filtra tra le finestre al salire del giorno.

Parlavo a Bianca, la coccolavo, le cantavo le mie canzoni e le leggevo le mie storie, le descrivevo le mie giornate, le raccomandavo di non aver fretta, che avrebbe avuto tutta una vita per godere della sua vita; aveva fatto tanta fatica per arrivare fin lì, che glielo faceva fare di anticipare i tempi col rischio di star male? Era così bella e tonda nelle ecografie, non voleva mica farmi qualche scherzo e fare il suo ingresso nel mondo come un piccolo ragnetto indifeso?

Per fortuna mi ha ascoltato, la sua fretta non l’ha del tutto placata, ma è arrivata tra noi bella e perfetta.

Dall’8 aprile ho una nuova vita, sconvolgente e naturalissima al tempo stesso. Ho la sensazione che la maternità mi calzi come un guanto, l’olimpica accettazione per fortuna non mi ha ancora abbandonata.

Certo, ci sono le giornate buone e quelle storte, ma sono di più quelle buone, c’è stato un momento di pura paura, un esame male interpretato, il sospetto di una brutta patologia cardiaca, un ricovero, e poi tutto si risolve con un medico BRAVO che finalmente dà le risposte giuste e le giuste interpretazioni.

Ma soprattutto c’è tutti i giorni una sorpresa, Bianca che cresce e fa le sue prime conquiste, ci regala a piene mani sorrisi e incazzature, occhietti furbi e occhietti assonnati, manine che giocano, tentativi di gattonamento, capriole, urletti e lallazioni, e tutto da mordere e da ciucciare, e tutto da guardare e da scoprire e tutto insieme, tutto sempre, tutto buttato con allegro disordine in questo grande cesto che si chiama famiglia.

Io sono innamorata della mia famiglia. Sono innamorata di mio marito che è innamorato di mia figlia e sono innamorata di mia figlia che è innamorata del suo papà.

E, come già ho sentito dire da altre, ora so che dovevo passare tutto questo per arrivare sino a qui. So che non avrei vissuto così questi momenti se non ci fossero stati tutti quelli passati. Me li sarei risparmiata volentieri, certo, ma ora li ho accettati. Sono lì, forse più sfumati, ma non li dimentico.

La mia nanetta si sta svegliando, è qui che soffia e mugola e mi ricorda che fra un po’ aprirà gli occhi, mi farà uno di quei suoi sorrisi sempre nuovi e sempre stupiti e poi inizierà subito a reclamare la sua tetta. E allora vado, io e Bianca andiamo, a tutta tetta!"

 

 







11 commenti:

  1. Splendida storia, ne voglio una a giorno, una a colazione e una prima di andare a nanna! Queste pillole sono buone!
    Gli errori cara Anna ci rendono belli, più belli, continua a condividere io cerco di imparare da te! :*

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  2. Bellissima storia, percorso simile al mio, ma con un pezzo in meno (il concorso, per "fortuna").
    Un abbraccio, care donne!

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  3. Il lieto fine rende la storia sempre più bella. Questi racconti non potevano che chiamarsi pillole della felicità.
    Da qualche giorno, per motivi un po' diversi, ripeto a me stessa la frase "io ballo da sola". Mi ha fatto effetto leggerlo qui, oggi.
    Non essere troppo severa con te stessa. Ti voglio bene.

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  4. Davvero... qui vogliamo la nostra storia quotidiana :)

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  5. C'è chi si chiude al dolore e chi ha bisogno di parlarne.
    Un comportamento non è più giusto dell'altro. A me capita di avere entrambi i comportamenti, dipende dalle situazioni.
    Tu stai facendo un'opera "ecologica" delle tue sofferenze, una sorta di riciclaggio dei rifiuti dolorosi ai quali, di volta in volta, sei sottoposta .(ma speriamo anche basta eh? ;))
    E comunque volevo dire... fai lo stesso coi rapporti umani che ti deludono e annientano la tua anima innamorata
    Crea "il Nuovo" dalla "Perdita"

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  6. Che bella storia, mi sembrava che raccontava un po me, forse racconta un po tutte noi mamme con sterne Kinder. Mi sono rivista...voglio leggere altre storie cosi Anna.Notte.

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  7. Come leggere un libro di favole...grata e commossa dal fatto che questa felicità esista da qualche parte.
    Un abbraccio a voi, splendide donne.

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grazie per essere qui.