domenica 1 luglio 2012

dopo la paura




29.06.12  ore 20.43 

Si dice che bisogna sorridere sempre per  migliorare la qualità della vita.

Io ora sono sotto questo campanile, è il tramonto:
 Hope gioca con un peluche, Fabio lavora, io mi fermo con me stessa e lascio intiepidire i pensieri.  
Il cielo è pulito, qui non fa caldo come a casa. L’aria è asciutta. E’ l’unico posto in cui sopporto il sole e il caldo. Le case qui hanno i muri spessi, contengono storie di vita, di uomini e donne, di nascite e morti. Ora sono case vuote, che restituiscono fresco d’estate e tepore in inverno. Sono case fatte per essere sole, pensate per  conservare i ricordi, per  riportare nel tempo, come l’eco per la voce.
Ho sognato la casa paterna che è in questo paese, la notte prima dell’incidente della gravidanza tubarica. 
Ho sognato la precarietà della casa, essendo una casa abbandonata dal 1997 a causa del terremoto Umbria-Marche.  Ho sognato con dettagli perfetti di ricordi infantili, le stanze e gli oggetti in esse contenute. Ho sognato la paura di quella notte, con la mano sulla pancia, mentre tenevo stretto il mio bambino e il mio istinto e una piccola macchiolina di sangue sugli slip mi dicevano, che no, c’era qualcosa che non andava anche stavolta. E la paura che sognavo era la paura di cadere, la paura che i solai lesionati dal terremoto cedessero al mio passaggio. Eppure, ho sognato di avere l’obbligo di dormire lì. L’obbligo di andare avanti comunque, nonostante la paura di cadere, di farmi male. Era il mio dovere di mamma, di protezione per il mio bambino che ho tenuto stretto a me fino a quando due giorni dopo,  l’anestesia, i dottori, il sangue ci hanno separati.



Oggi pomeriggio, dopo quindici anni, sono entrata in quella casa.
Ho avuto paura di cadere e di farmi male.
Ma ho vinto la paura. Ho percorso prima il corridoio con le due stanze da letto e poi sono arrivata nel soggiorno dove il tetto ormai è aperto e il disastro è venuto giù. Sono tornata indietro, sono uscita, ho respirato. La polvere si stava impossessando di me.
Poi sono rientrata. Volevo farlo. Dovevo vincere la paura del sogno, di quella precarietà che fino ad oggi ha dominato la mia esistenza e le mie gravidanze, e i miei figli.
Tremavo, avevo paura di attraversare quella stanza, pensavo che da un momento all’altro mi sarebbe caduto in testa una trave. Sono passata.  Ce l’ho fatta.
E ho ritrovato me stessa bambina. Piccoli oggetti accumulati negli angoli della casa non danneggiata. Ho raggiunto la parte nuova della casa, quella forte, che non ha subito danni, che è provata si, ma non lesionata.  Non è ferita. Sono passata di là. Ero nella parte forte dove ho vinto me stessa. Ho lasciato dietro di me la polvere e la paura. Ero dall’altra parte e non avevo paura.
Non avrò paura.
Lo so cosa devo fare ora.
Questa non è una resa.
E’ la Anna forte che trascina. Ora so cosa devo fare per proteggere i miei bambini.

Ora sono stanca, provata, mi sembra di aver scalato una montagna. Ma mi sento tranquilla.
Ho riportato indietro con me qualche oggetto, a ricordarmi chi sono, e i miei fantasmi vinti. Qualche tazzina da caffe in vetro, ricordo di mia nonna, e una chiave. 

La chiave che mi porterà ad aprire le porte a mio figlio.